Categoria: RACCONTI EROTICI28,5 minuti di lettura

Notte di Capodanno

Sicuramente anche voi, così come a me, sarà capitato di sentire almeno una volta nella vita quel proverbio che recita: “Chi non fa sesso a Capodanno non fa sesso tutto l’anno”. Ecco, non so cosa ne pensate a riguardo, ma per me rendere onore a questa massima è diventato nel tempo una vera e propria missione di vita, quasi un’ossessione, se vogliamo dovere morale verso il beneamato Dio Eros. Ci credo fortemente nella notte di Capodanno, devo fare sesso! È una sorta di fissazione la mia, sono convinto che non farlo proprio quel giorno porti davvero sfortuna.

Pensateci bene, non perché voglia fare del proselitismo a tutti costi, ma non è quella la notte in cui tutte le speranze e i buoni propositi per l’anno nuovo prendono forma? E per voi una buona dose di sana lussuria, vizio primitivo e capitale, non rientra tra i regali essenziali da chiedere all’anno che entra? È solo perché non ci credo, altrimenti, se potessi, vi giuro che chiederei di fare l’amore, almeno trecento giorni l’anno e come Dio comanda, anche nella letterina a Babbo Natale.

Insomma, non so se la pensate come me, ma io ero e sono convinto che il “fucile” debba essere “lucidato” ogni maledetto Capodanno per evitare di essere colpiti dall’anatema divino della castità. Negli ultimi vent’anni, cioè da quando ho fatto sesso per la prima volta, ci sono sempre riuscito, anche a costo di scendere a compromessi con me stesso, anche a costo di pagare, di andare con perfette sconosciute, in un modo o nell’altro, e non mi vergogno a dirlo, sono sempre riuscito ad osservare questa mia laica ritualità. Tutti gli anni tranne l’ultimo. O, almeno, questo è quello che ho temuto fino a un certo punto della serata…

La sera di Capodanno dello scorso anno ero alla guida del mio SUV diretto verso casa di Tommaso, uno dei miei amici più cari. Erano anni che Tommy, insieme a suo cugino Pietro, organizzava veglioni da urlo nella sua splendida baita in montagna. Quell’anno, dopo vari inviti a vuoto, mi convinsero a partecipare. Sarebbero state invitate almeno cinquanta persone, la metà delle quali erano colleghe universitarie di Pietro, il massimo per un novello scapolo come me nella fatidica notte di Capodanno.

Mentre risalivo per la ripida strada innevata che mi avrebbe portato allo chalet, con la musica a tutto volume e una Marlboro fumante in bocca, la mia Jeep cominciò a improvvisamente a singhiozzare, si accese una spia mai vista prima ed ebbi giusto il tempo di togliermi dalla carreggiata prima che si spegnesse. Cazzo, che sfiga. Provai a rimettere in moto un paio di volte senza successo prima di decidermi a chiamare Tommaso ma, una volta preso il telefono, mi accorsi che lì, nel mezzo di quel nulla, non c’era il minimo segnale.

Ecco, adesso ero veramente fottuto. Non vi nascondo che venni assalito dal panico, era la vigilia di Capodanno, mi trovavo su una strada sconosciuta ed isolata, non sapevo a che distanza fosse il centro abitato più vicino ed ero senza telefono. Dopo qualche minuto di sconforto decisi di fare l’unica cosa possibile, aprii il cofano dell’auto, presi le due bottiglie di ottimo Champagne che avevo con me, mi chiusi in macchina e, vuoi per disperazione, vuoi per combattere il freddo, mi diedi all’alcool. Cos’altro potevo fare? Fino all’indomani, probabilmente, da lì non sarebbe passato nessuno. Dopo circa un’ora la prima bottiglia era ormai andata e anche le sigarette cominciavano a scarseggiare.

Non ci crederete ma, in una situazione del genere, l’unico pensiero che davvero mi avviliva, era quello che non riuscire a fare l’amore proprio quella notte. Merda, mi si prospettava un anno pieno di fiaschi, almeno sotto l’aspetto sessuale. Fui travolto da un’improvvisa crisi d’ansia, così, per di liberarmi da tutto quell’alcool, anche se intimidito dal freddo, barcollante decisi di scendere ed innaffiare la neve intorno a me. Incredibile come una semplice pipì avrebbe trasformato quella serata, nata sotto una cattiva stella, da così a così. Mentre cambiavo allegramente l’acqua alle olive notai che in lontananza, tra i rami degli alberi, riuscivo a scorgere una piccola luce. Poteva essere davvero una casa? Mentre salivo mi sembrava di non averci fatto caso. E se fosse stata semplicemente la luce di lampione solitario? Quanto distava poi? Sarebbe stato saggio sfidare il freddo e l’oscurità per raggiungere quel punto non identificato?

Notte di capodanno con auto in panne

Mi tornarono in mente le parole da marinaio consumato del mio vecchio nonno: “Non potrai mai esplorare nuovi mari, se non perdi di vista la spiaggia”. In quel caso la spiaggia, la mia roccaforte, era la macchina. Decisi di abbandonarla lì, di rischiare almeno per qualche chilometro. Mi equipaggiai alla meglio, indossai il giubbetto catarifrangente che avevo nel cofano e accesi la piccola torcia che portavo sempre nel cruscotto. Mi incamminai a passo incerto nella notte, portai con me anche la bottiglia ancora chiusa, insieme a lei mi sentivo meno solo, e poi, nella peggiore delle ipotesi, almeno avrei potuto fare il brindisi della mezzanotte.

Avevo preso una decisione azzardata e, quando dopo mezz’ora di discesa, cominciò a nevicare copiosamente ed i miei piedi erano ormai ridotti a due ghiaccioli, della luce non se ne vedeva più nemmeno l’ombra. A quel punto risalire fino alla macchina sarebbe stata un’impresa impossibile. Che cazzata che avevo fatto. Altro che in mezzo al bianco, adesso sentivo di essere nel marrone più totale. Temetti a tal punto per il peggio che mi venne quasi da piangere quando sentii all’improvviso un rumore di pneumatici in lontananza.

Dopo qualche minuto di trepidante attesa due piccoli fari superarono il curvone che avevo da poco passato e finalmente mi illuminarono. Mi lanciai come un pazzo verso la macchina con le mani in avanti, mi sarei potuto far tranquillamente investire, dovevo fermare quell’auto a tutti i costi, a quel punto era davvero una questione di vita o di morte. La piccola utilitaria si fermò a pochi metri da me, mi avvicinai e mi sorprese notare che al volante ci fosse una donna tutta sola in mezzo a quella bufera. “Buonasera, cosa essere successo a Lei? Ha bisogno d’aiuto?”, mi disse la donna con una pronuncia marcatamente dell’Est. “Salve, che bello vederla. Si, grazie, la mia macchina si è fermata qualche chilometro più su.

Ero sceso a cercare aiuto ma credo che non ci sia anima viva fino a valle”. I miei occhi supplichevoli la convinsero perché mi fece segno di salire: “Si, ho visto macchina ferma su bordo della strada. Prego salga, fare molto freddo lì fuori”. Vi giuro, entrare in quella macchina fu come lanciare un ghiacciolo in un camino. Per un attimo credetti quasi di poter per evaporare, mi si fuse completamente il cervello. Per i cinque successivi l’unica cosa che riuscii a fare fu tremare come la luna nel mare, poi, pian piano, la mano miracolosa del climatizzatore prese il sopravvento ed io riuscii finalmente a parlare di nuovo: “Grazie signorina, mi ha davvero salvato la vita. Non so che fine avrei fatto se non fosse arrivata Lei. Mi lasci presentare, mi chiamo Valerio V., lieto di conoscerla.

Notte di capodanno con auto in panne

La ragazza sembrò sollevata nel sentire la mia voce, anche lei, dopo avermi coperto col suo cappotto, era rimasta in silenzio aspettando che mi riprendessi. “Piacere, mio nome Asja. No problema, cosa più importante è che adesso tu sta bene. Dove devi andare? Se è vicino posso accompagnare io. O, forse, preferisci andare da dottore? C’è medico di guardia tra qualche paese”. La osservai meglio nella penombra dell’abitacolo, era molto bella: aveva i capelli biondi, i tratti gentili dell’Est Europa, un sorriso incantevole e dei meravigliosi occhi azzurri, luminosi come i mattini d’estate. “No, non c’è bisogno del medico, sto già molto meglio, grazie. Se proprio posso permettermi io stavo raggiungendo degli amici ad una festa.

Non so se tu vivi in zona e posso darti l’indirizzo preciso, sono diretto alla baita di Tommaso D., per caso lo conosci?”. Sembrò che le avessi nominato Lucifero in persona perché cambiò completamente espressione. Spalancò i suoi splendidi occhi azzurri e disse furente: “Certo che conosco Tommaso D. Ho lavorato per tre anni e fino a un’ora fa per quello porco schifoso”. Menomale che avevo girato a largo con la storia di raggiungere “certi” amici. Mi affrettai a risponderle: “Oddio Asja, mi dispiace molto. Non so cosa sia successo ma io non conosco Tommaso personalmente. Abbiamo solo degli amici in comune, come ti ho detto”. Non mi sembrava il caso di irritare ulteriormente la mia unica speranza di salvezza. “Non posso credere. Lui licenziare me e lasciare Asja sola e con culo per terra, adesso io dovere aiutare anche suo amico e portare lui a casa sua.

Fece una breve pausa e poi, dopo un lungo sospiro, aggiunse: “Va bene, Asja accompagna te, Asja no stronza come lui. Ma io lascio te fuori grande viale. Asja non torna più in quel posto”. Non so perché ma cominciavo a pensarla proprio come lei, nemmeno io avevo più tutta questa voglia di raggiungere la baita, perché avrei dovuto volerlo dopotutto? Non me ne vogliate, ma una volta che mi si era palesata questa colossale botta di culo, perché non provare a coglierla? Decisi di osare: “Senti Asja, ho una proposta da farti. Non voglio sembrarti inappropriato ma stasera tu mi hai davvero salvato.

Hai detto di essere sola. Cosa ne pensi se per ricambiare il tuo aiuto ti invitassi a cena? Se ci sbrighiamo possiamo ancora trovare un posto libero, magari tu conosci quello giusto. Potresti accompagnarmi dopo, dirò agli amici che ho trovato un passaggio di fortuna”.  Asja titubò per qualche secondo, si vedeva che mi stava studiando, provava a valutare la natura delle mie intenzioni. Dal suo sguardo pensai che avrebbe rifiutato, ma, con mia grossa sorpresa e piacere, disse: “Va bene Valerio. Conosco posto a mezz’ora da qui. È taverna di mio amico, sicuramente lui trova posto per noi”. Ero felice come una Pasqua: “E andiamo(oooooooo) allora”.

Nella mezz’ora di tragitto avemmo modo di conoscerci un po’ meglio. Asja era il diminutivo di Anastasia, aveva trentadue anni, veniva dalla Polonia ed era in Italia da quattro anni. Aveva lavorato solo per Tommaso, negli anni era diventata la fidata governante della sua casa in montagna, si occupava di tutto, forse, anche se non me lo lasciò intendere con chiarezza, anche di “tenergli compagnia” nei periodi in cui lui si trasferiva in montagna. Quando mi raccontò il motivo del licenziamento provai davvero compassione per lei e un senso profondo di rabbia verso il mio amico. Mi raccontò che quella sera Tommaso le aveva chiesto di “intrattenere” un ospite a lui molto caro.

Di intrattenerli entrambi a dire il vero, e, al suo rifiuto, minacciò di cacciarla via. “Io no puttana, Asja avere bisogno di lavoro ma non potere accettare sua proposta schifosa”. Aveva ragione, licenziarla era davvero un po’ troppo, Tommaso aveva sbagliato con lei ed inoltre non le aveva riconosciuto la minima liquidazione. Asja era una ragazza sola, da un paio d’anni mi confessò di non avere nessuna relazione stabile, forse era innamorata di Tommaso, quello stronzo del mio amico.

La lunga chiacchierata fece sì che il tempo volasse e, improvvisamente, ci ritrovammo nel grande parcheggio della taverna. Il posto era davvero molto rustico e caratteristico, nonostante fosse pieno di gente, Pino, il gestore amico di Asja, riuscì a trovarci un tavolo libero. Dopo qualche minuto di attesa ci ritrovammo davanti ad un bellissimo tagliere di salumi e formaggi e a dell’ottimo vino rosso della casa. La cena fu davvero squisita ma, più di tutto, fu deliziosa la compagnia di Asja. Parlammo per ore confrontandoci su qualsiasi argomento e riempiendo i nostri calici in continuazione. Più parlavo con lei più ne ero attratto, oltre ad essere molto bella era anche intelligente, spiritosa e semplice.

Dovevo giocarmi bene le mie carte perché l’alterco con Tommaso mi aveva fatto capire che era anche una ragazza molto seria. Passata la mezzanotte e conclusa la cena arrivammo al fatidico momento di andare: “Allora io accompagnare te a chalet”, disse Asja con un pizzico di malinconia. “Beh, si, grazie Asja. Sei sicura di riuscire a guidare dopo tutto questo vino? Posso provare a chiedere un passaggio a qualche anima buona se vuoi”. Asja era effettivamente alticcia, le sue guance erano rosse come due bacche e la sua parlata cominciava a perdere fluidità. “No, non essere problema. Tu gentile con Asja, avere offerto cena.

Asja mantenere sua promessa. Accompagnare lei te”. Il viaggio di ritorno fu meno dialogato rispetto a quello d’andata. Non riuscivo a trovare argomenti intelligenti di conversazione, l’unico pensiero che occupava il mio cervello era come riuscire a baciarla prima che fosse stato troppo tardi. Anche lei era pensierosa, forse era troppo concentrata a mantenere la strada dato che già un paio di volte avevamo sbandato vistosamente. Dopo l’ennesimo fuori strada le chiesi di accostare in uno slargo: “Posso guidare un po’ io Asja? Dai, così riposi”.

Notte di capodanno - Il sesso con Asja

Una volta in sosta nello spiazzo buio decisi di provare, probabilmente non ci sarebbe stato un altro momento migliore: “Asja, passare questa serata insieme a te mi ha fatto capire tante cose sulla persona che sei, spero che non ti arrabbierai e quindi ti chiedo scusa in anticipo”. “Per cosa?” mi chiese lei incuriosita. “Per questo…” e mi avvicinai delicatamente per baciarle le labbra. Dopo un breve irrigidimento anche Asja si sciolse e ricambiò il mio bacio. La baciai a lungo, con passione e con tutta la dolcezza di cui ero capace. Le sue labbra erano così morbide. Furono minuti interminabili, intensi e tremendamente romantici. Poi, dopo innumerevoli altri baci, poggiai la mia fronte contro la sua e fissandola negli occhi le sussurrai: “Ti va di farlo?”. Lei mi sorrise e, un po’ imbarazzata, mi disse: “Si, con te voglio farlo”.

Fare l’amore quella notte con Asja, in macchina, sotto quell’abbondante nevicata, fu davvero tra le esperienze più belle della mia vita. Lo facemmo dolcemente, ma senza farci mancare proprio niente. Non ero mai stato con una ragazza dell’Est Europa ma ne avevo sentito parlare sempre un gran bene sotto l’aspetto sessuale. Asja non smentì quelle dicerie. Si piegò sul mio pene, lo tirò fuori dai pantaloni e cominciò a farmi un pompino da applausi. Lo prese in bocca delicatamente, giocando con la lingua e col calore della sua saliva.

Andava su e giù senza fretta, facendomi letteralmente impazzire con la sua abilità. Poi pretese che mettessi il preservativo, per fortuna ne avevo sempre uno d’emergenza nel portafoglio, e, dopo avermi aiutato ad indossarlo, scavallò dal mio lato e si posizionò sopra di me. Penetrarla fu fantastico, ero così gonfio ed eccitato che percepii un piccolo gemito di dolore da parte sua mentre se lo infilava dentro. Mi cavalcò con impeto, lo fece con una passione e una maestria fuori dal comune. Generalmente preferivo essere io la parte attiva nel rapporto ma, non vi nascondo che, ogni volta che si strofinava sul mio pene raggiungevo la quintessenza del piacere. Decisi di non interrompere la sua performance, dopotutto in macchina non è potessi ambire a tante altre posizioni.

Quindi mi limitai, e si fa per dire, ad assecondare i suoi movimenti sempre più decisi e a toccare qualsiasi parte del suo corpo che le mie mani riuscivano a raggiungere. Aveva due seni fantastici, non grandissimi ma perfetti per forma e sostanza e un culo così sodo che mi si indolenzirono le dita a furia di stringerlo. La cosa che mi impressionò maggiormente del sesso con Asja, però, fu la sua resistenza stoica. Riuscì a cavalcarmi per un tempo che mi sembrò infinito e senza mai calare il ritmo e l’intensità della sua poderosa galoppata. Riuscimmo a venire insieme nello stesso momento.

Ci avvinghiammo forte l’uno all’altro mentre i nostri sessi esplodevano di piacere, poi ci concedemmo un brindisi con il mio Champagne e il sapore di una Marlboro prima di crollare abbracciati sul sedile posteriore dell’auto. Il giorno dopo mi svegliai per primo, la macchina era ormai ricoperta di neve e Asja dormiva ancora beata tra le mie braccia. Guardai quella ragazza così dolce e tenera stesa sul mio petto e, ripensando a quello che era successo appena qualche ora prima, fui pervaso da un senso di quiete e di familiare appartenenza. Del resto, ad un fissato per il sesso a Capodanno come me, quella ragazza sembrò davvero un regalo divino arrivato direttamente dal cielo.

Notte di capodanno - L'amore della mia vita

È passato quasi un anno da quella notte, adesso Asja ed io facciamo coppia fissa e l’anno prossimo ci sposeremo. Tra le tante promesse che ci siamo fatti per la nostra vita insieme ci sono la sincerità, la voglia di non prendersi mai troppo sul serio, tanti bambini e, ovviamente, non dimenticarci di fare del buon sesso ad ogni maledetto Capodanno…!

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