La mia bidella preferita
Il sogno erotico di un adolescente
Se da adolescente, con gli ormoni che impazziscono solo sentendo la parola “sesso”, ti trovi a frequentare un Istituto Tecnico composto da soli uomini, allora sei fregato!
Il perché è molto semplice: si toglie la possibilità a moltissimi ragazzi, in piena tempesta ormonale, di poter immaginare e sentire qualsiasi richiamo sessuale, qualsiasi forma di eccitazione. E questi, nella ricerca di un capro espiatorio per i loro bisogni e le loro pulsioni si ritroveranno a cercare qualsiasi forma di curve femminili. Chiaramente era così anche per noi, ci eccitavamo con poco, ci eccitavamo con tutto.
Ci eccitavamo per l’ora di ricreazione in cortile del Liceo Linguistico accanto, per la gonna, sebbene lunga e austera, indossata da qualche professoressa. Ah, quante matite, penne, fogli volanti, per rubare qualche occhiata fugace alle gambe nascoste sotto la cattedra e quanta vana speranza per un improvviso accavallamento.
La passione per “le bidelle”
Insomma in una scuola come la mia il genere femminile, era ormai avvezzo a tutto, dichiarazioni d’amore insolite, richieste spudorate e sguardi languidi. Ma ciò che più ci teneva impegnati erano i pettegolezzi. L’inciucio la faceva da padrone nelle nostre lunghe e svogliate giornate di lezione, si diceva, si sospettava e si “scommetteva” su chiunque facesse parte del gentil sesso. Una menzione particolare, la merita però il corpo ausiliario di quella “gabbia di arrapati” che era la mia scuola, nella fattispecie le bidelle.
Sarà per l’alchimia innata tra l’uomo e la donna, o semplicemente per lo scatenarsi delle nostre tempeste ormonali, fatto sta che le bidelle furono per noi in quegli anni il vero e proprio riferimento femminile della scuola. Compagne pazienti di punizioni interminabili, con la macchinetta del caffè sempre accesa, nei loro stanzini nacquero nel tempo sincere complicità, reciproco sostegno e amicizie profonde. In alcuni casi anche troppo…
Non ero il più sveglio della scuola, né il più bello, né quello politicamente più impegnato o il più simpatico. Ma sono stato il più coraggioso, o meglio, il più fortunato. Così come fortunati sono stati i miei tre migliori amici del tempo, con i quali sono stato catapultato nella storia erotica più eccitante e perversa nella storia della mia scuola.
Mettetevi comodi, sto per introdurvi in una storia di corna, audacia e sesso estremo che difficilmente riuscirete a scordare.
Un racconto da non credere…
Si vociferava tanto su di lei, sembrava che tutti sapessero un po’ di tutto sul conto di Eva. Si diceva che in passato avesse avuto una tresca col vecchio preside, che avesse un debole per i ragazzi più giovani e che stava divorziando malamente dal marito. Eppure mai niente di lontanamente provocante era venuto fuori dalle sue labbra o dai suoi atteggiamenti nei miei confronti in tutti quegli anni. Finché un giorno, ingenuamente incuriosito, provai a toccare con mano ciò che continuavo a sentire nell’aria.
Verso fine anno, bighellonando per i corridoi la vidi in guardiola, mentre applicava distrattamente lo smalto sulle unghie. Pensai che quello potesse essere un buon momento e andai all’attacco salutandola, ed iniziando a chiacchierare . Ero teso, provavo ad essere rilassato e divertente ma dentro sudavo come se ci fossero 40 gradi. Dopo qualche minuto di convenevoli la conversazione non riusciva a spingersi nel verso che volevo. Avevo bisogno di un qualcosa, uno sguardo, una battuta o un qualsiasi assist che mi permettesse di giocare le mie carte. Me lo fornì lei ingenuamente. A un tratto alzò lo sguardo e mi disse: “Sai, questi sono gli ultimi giorni che passerò in questa scuola, a settembre mi trasferiscono in una piccola scuola media di periferia. Stavo pensando che mi mancherà, questo posto, dopo otto anni, è diventato come una seconda casa per me, e mi mancherete voi”. Bingo. Non aspettavo altro.
Cos’è il genio? “Il genio è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità d’esecuzione” dicevano in un vecchio film.
Non ci pensai due volte e con innocente ilarità e le gambe sempre più molli esclamai: “Eva sono tristissimo, te ne andrai e non sono riuscito a baciarti come volevo”. Passarono pochi secondi, vi giuro che mi sembrarono infiniti, ero convinto che stesse per urlarmi contro e invece lei accennò un sorriso e, dopo un delicato morsetto al labbro inferiore aggiunse: “Beh, puoi provare a farlo ora se proprio ti va, trovami un posto che sia sicuro e ti darò il bacio che desideri”.
Goal. Si trattava solo di spingerla in rete. Ero in piena apoteosi ormonale. Ce l’avevo fatta, non riuscivo a crederci ma stava succedendo proprio a me.
Non ricordo come e perché scelsi la III B, sapevo solo che erano nell’ora di educazione fisica, non ricordo nemmeno quello che pensai nei corridoi mentre mi recavo a quell’incontro così eccitante e particolare. Ricordo solo che dopo qualche minuto di trepida attesa la porta dell’aula si aprì ed Eva con passo sicuro e sguardo divertito si palesò davanti a me in tutta la sua grazia, in tutta la sua abbondanza.

Non era una donna irresistibile lo ammetto, ma portava i suoi quarant’anni e passa con dignità, era perfettamente curata e aveva un fisico sodo e compatto con seni molto grossi. Inoltre, il suo sguardo arrapato, avido di piacere mi eccitava da morire. Me lo dimostrò subito quanto mi volesse. Mentre cercavo di avvicinarmi per baciarla mi bloccò, fissandomi intensamente e stringendo il mio membro nei pantaloni con le sue mani esperte.
Così, solo per capire se aveva trovato pane per i suoi denti. E lo trovò, del resto bastò il suo tocco a procurarmi la più maestosa delle erezioni.
Il pompino
Quello che avvenne dopo mi lasciò senza parole. Mi disse in un sussurro: “Sai anch’io ho una gran voglia di darti un bacio, slaccia la cintura e abbassa le mutande, voglio dartelo adesso”. Non me lo feci ripetere, tirai tutto giù in un lampo e mi ritrovai completamente nudo fino ai calzini. Si inginocchiò con impeccabile dedizione, lo fissò ancora per un secondo e poi, senza una carezza, un bacio, una bagnatina con la lingua, se lo infilò completamente in bocca. Restò così, con il mio pene fino alla gola per qualche secondo e quando lo tirò fuori un rivolo di saliva le venne fuori dalle labbra. Era compiaciuta, sapeva di avermi in pugno. Spinto dalla curiosità adolescenziale di arrivare subito alla sorpresa volevo scoparla subito, eppure capii che forse un pompino così non mi sarebbe ricapitato per molti anni, quindi mi misi comodo sul banco, le strinsi forte i capelli con le mani e la invitai a continuare la sua opera.
Durò il tempo di quella che mi sembrò una vita, Eva andava ciondolava sul mio uccello con estrema passione. Usò qualsiasi mezzo. Lingua, denti, mani. Leccò con ingordigia ogni centimetro delle mie palle, mordicchiò con sicura maestria il mio prepuzio gonfio. Ero in estasi, avevo dimenticato qualsiasi altra cosa ci fosse al di fuori di quella classe, una parte di me già fantasticava su ciò che sarebbe accaduto dopo. All’improvviso il suono della campanella mi colpì in pieno. Quel rumore stridulo mi riportò improvvisamente a considerare la realtà, da lì a dieci minuti al massimo la III B sarebbe risalita in classe dalla palestra. Continuavo a pensare a quanto sia stato sfortunato, mi pregustavo un momento che non sarebbe mai arrivato. Fortunatamente Eva aveva altri piani. “Vestiti e, senza dare nell’occhio, vai nel vecchio laboratorio di chimica, ti aspetto lì tra dieci minuti. Mi raccomando di non parlarne con nessuno”.
Ormai mancavo dalla mia classe da un’ora Avrei dovuto chiedere complicità a qualche amico per non far saltare la copertura. Si, mi sarebbe bastato dire di avvisare il prof. che non stavo bene, che avevo mal di pancia ed ero steso a riposare nella medicheria. Del resto era una scusa più che frequente in quella scuola, il bonus che si giocava per le occasioni speciali. Mi precipitai verso la mia classe, dovevo far presto, avevo paura che quella situazione potesse svanire dalle mie mani con la stessa velocità con la quale mi si era presentata.
L’incredulità degli amici
Quando arrivai trovai i miei compagni riversati nel corridoio nel caos più totale: il Prof era in malattia. Dal nulla mi si avvicinarono Luca, Marco e Ugo, i miei inseparabili amici. “Ma dove sei stato? Ti abbiamo cercato dappertutto” Esclamò Luca, il più irritato dei tre.
Non ci pensai due volte. Era un’occasione irripetibile per dei ragazzini, ed ho sempre voluto condividere le mie fortune con i miei amici.
“Ragazzi poche domande, non ho il tempo di spiegarvelo per bene. Tra dieci minuti andate al vecchio laboratorio di chimica, aspettate di sentire la mia voce nella stanza e poi entrate senza bussare. Fatelo senza chiedere niente e non fatevi vedere da nessuno”.
Marco era ancora indeciso e aggiunse: “Ma si può sapere perché dovremmo andare al vecchio laboratorio proprio oggi che manca il prof. e potremmo divertirci tra di noi?”.
Lo fissai e dissi con impazienza: “Marco avresti voglia di scopare adesso? Ti andrebbe di farci tutti insieme Eva la bidella? Perché ha appena finito di farmi un pompino nella III B e ora mi sta aspettando al laboratorio”.
Gli sguardi dei miei amici si incontrarono sgomenti e increduli.

Finalmente in laboratorio
Senza aggiungere altro mi precipitai a passo svelto verso i seminterrati. Quando arrivai al laboratorio Eva era già lì. Stavolta era lei che stava aspettando me.
Aveva adagiato a terra un vecchio plaid e mi guardava con aria famelica. “Cos’hai fatto? Credevo non venissi più”. “Tranquilla Eva, ho solo dovuto inventare una scusa. Ora voglio che ti spogli lentamente, voglio vedere le tue tette”.
Lo dissi con tono seducente, nella speranza che i tre là fuori potessero sentirmi. Lei sembrava divertita mentre complice delle mie richieste cominciava a sbottonarsi la camicetta. Via il top nero che indossava al di sotto di essa, via il reggiseno. Erano enormi e bellissime. Le aureole intorno ai suoi capezzoli erano grandi come il palmo della mia mano. Si strinse nelle dita uno di essi, mentre con l’altra mano cominciò a toccarsi smaniosa sotto la gonna. Io ormai ero perso in una sorta di trance ed ero eccitatissimo.
Solo il rumore della porta che si apriva alle mie spalle riuscì a distrarmi.
Il principio dell’orgia
Marco, Ugo e Luca erano lì sul ciglio della stanza, completamente increduli per ciò che si trovarono davanti. Eva rimase immobile, sembrava di poter sentire il rumore del suo cuore colto sul fatto che batteva all’impazzata. Furono secondi imbarazzanti, l’aria nel laboratorio si fece pesante, si sarebbe potuta tagliare con la lama di un coltello. Il più rapido dei tre fu come al solito Ugo. Senza troppi indugi comincio a slacciarsi la cintura e disse: “Dai Eva tranquilla, resterà il nostro segreto. Ti va di scoparci tutti e tre?”. Lei sembrò quasi sollevata, l’unica cosa che la spaventava davvero era la possibilità di essere inguaiata, non l’occasione di partecipare a un’orgia con quattro minorenni arrapati.
Ce la prendemmo comoda. Ci stringemmo in cerchio intorno a lei e le sbattemmo in faccia i nostri membri duri. Sembrava davvero felicissima. Li succhiò tutti insieme, si aiutò con le mani, con la faccia, con le tette, insomma con qualsiasi parte del suo corpo potesse farci provare piacere. Poi si alzò e si avvicinò alla cattedra. Si piegò su di essa ed esclamò: “Adesso scopatemi, fatemi godere. Sono vostra”.
In quel laboratorio in disuso, in un mare di silenziosi gemiti e irripetibili insulti erotici, la possedemmo in quattro contemporaneamente. Ci infilammo nel suo culo, nella sua figa senza fondo. Godemmo delle sue mani esperte e della sua bocca calda. La scopammo con la foga e l’impeto che appartiene alla gioventù inesperta e pure un po’ maldestra. Lei ci lasciò fare, si preoccupò solo di godere con ferocia e non ci interruppe nemmeno quando, presi dall’euforia, cominciammo a sbatterle a turno i nostri peni in faccia procurandole qualche goccia di sangue dal naso.
Dopo circa un’ora di sesso spinto, crudo e scostumato ci disse di fermarci, si mise seduta sulla sedia della prof. e, ancora ansimante, ci chiese di masturbarci e di venirle addosso. La inondammo interamente. Lo facemmo senza freni, senza fare attenzione a dove stessimo lanciando il nostro liquido. Le sporcammo i capelli, gli occhi, le tette, la pancia, la bocca, e le scarpe. Ci guardò compiaciuta, poggiò un dito sulla sua pancia sudata e sporca e con un movimento lento se lo trascinò fino alla bocca. Ingoiò ancora le ultime gocce di sperma disponibile, poi ci guardò e disse “Bravi, ora potete andare”.
Nient’altro, non un’altra dannatissima parola.
Non servono parole
Ci chiudemmo la porta alle spalle, accendemmo insieme le quattro sigarette più appaganti che avessimo mai fumato e da quel giorno non la vedemmo mai più.
Negli anni mi è capitato spesso di ripensare a lei, ho provato a cercarla sui social ma senza successo. Eva, nonostante sia passato tanto tempo, non è mai uscita del tutto dalle mie fantasie. Per fortuna ci rimangono i ricordi, e a volte con i ragazzi giochiamo ancora a immaginarla, sexy e svergognata intenta a “svezzare” qualche fortunato ragazzetto di una scuola media di periferia.
Ciao cara grande Eva, ovunque tu sarai avrai per sempre la nostra più assoluta e obbligata riconoscenza.







