La porcellina d’India
Io e mia moglie Flavia eravamo in India da più di due settimane; sognavamo quella terra, così diversa e lontana, da tutta la vita ed il viaggio di nozze fu l’occasione giusta per realizzare questo desiderio. Nuova Delhi, Mumbai, Calcutta, non badammo a spese per gli spostamenti interni pur di vedere ogni cosa ed ogni luogo ci fosse possibile pet tutta la durata del soggiorno. Mi tocca ammettere però, a distanza di qualche anno, che tutto quell’enorme e continuo caos, tutta quella povertà con la relativa disperazione delle persone, ci sorpresero negativamente e ci stancarono velocemente di quel Paese, molto prima di quanto ci aspettassimo.
Il posto che però mi colpì al cuore e che ricordo con maggior piacere è paradossalmente la località balneare di Goa, dove passammo l’ultima settimana di meritato relax. Staccare finalmente la spina dal casino delle grandi città e rifugiarci in quel paradiso di spiagge bianche ed acque cristalline fu un vero toccasana dopo due settimane di infiniti spostamenti, caldo asfissiante e alloggi indecorosi (nonostante le cinque stelle che esibivano orgogliosi all’ingresso di ogni hotel).
La bellissima Goa
Prenotammo un piccolo residence a pochi metri dalla spiaggia. La struttura era adeguata ai mediocri standard indiani ma almeno era tranquilla, comoda e, cosa più sorprendente, davvero pulita. Era gestita da Anju, una minuta signora sempre sorridente, e dalle sue figlie Karkura e Padma. Nel corso del soggiorno riuscimmo ad instaurare un bel rapporto con la proprietaria, Anju. Era una delle poche persone a parlare un inglese fluente in quel posto e fu davvero utile avere dei consigli da lei sulle attrazioni da non perdere e le spiagge più belle. Scoprimmo che il marito di Anju era morto da una decina d’anni, quando le figlie erano piccole, e che lei aveva dovuto badare a tutti con la sola forza del suo lavoro. Fortunatamente aveva ereditato dal padre quel piccolo residence e così riusciva, seppur con fatica, a sbarcare il lunario.
Le figlie, ormai cresciute, aiutavano la mamma a tenere insieme l’anima col corpo e si dedicavano ad ogni tipo di lavoro all’interno della struttura. Lo scorfano e la stella marina, così ci divertivamo a chiamarle io e Flavia ogni qualvolta le notavamo affaccendate nella manutenzione e nella pulizia delle stanze. Karkura, la maggiore, era schiva, riservata e, soprattutto, brutta come un debito inestinguibile. Parlava poco e ricambiava a stento anche un semplice saluto. Padma invece era davvero graziosa, solare ed aveva un nonsoché di malizioso e provocante nei suoi grandi occhi neri. Quegli stessi occhi neri che, sin dal primo momento, si incrociarono volutamente coi miei ad ogni occasione. Seducenti e ingenui mi fissavano carichi di puerile libido, desiderosi e incuriositi probabilmente da un uomo più grande, per giunta europeo.
Ci feci caso da subito ma, dando per scontato che mi trovavo in VIAGGIO DI NOZZE, non mi lasciai lusingare più di tanto, anche considerata la sua giovane età. Aveva a malapena vent’anni, quindici meno di me, che, ricordiamo, ero addirittura in luna di miele. Anche Flavia si accorse di quelle attenzioni, le donne capiscono più in fretta di noi certe cose, ma neanche lei diede un peso diverso dallo scherno o all’infatuazione di quella ragazzina. Anzi, sembrava quasi divertita da tutta la situazione.
Se leggesse questo racconto adesso, e scoprisse che dietro a nomi inventati si cela l’ammissione di un mezzo tradimento, penso che, oltre all’immediato divorzio, non esiterebbe a tagliarmi letteralmente l’uccello…
Io e Flavia trascorremmo i nostri giorni a Goa nella bambagia e nel relax più totale. Abbrustoliti come due lucertole al sole le nostre uniche preoccupazioni si limitavano al dove e quanto mangiare, bere e, ovviamente, fare l’amore. Bastava infatti un cenno col dito per far arrivare due grosse noci di cocco super alcoliche, elargire un’irrisoria mancia per ottenere i tavoli più esclusivi e le pietanze più raffinate. Quella settimana di “non India” servì come il pane a dare alla nostra luna di miele un senso per essere ricordata. Per me ancora di più…
Durante il pernottamento nella struttura Padma non mancò mai di lanciarmi sguardi e sorrisini maliziosi ad ogni occasione possibile. Ogni qualvolta ci incrociavamo per le scale, quando mi serviva a tavola la colazione la mattina, quando fumavo l’ultima sigaretta prima di andare a dormire fuori al balconcino mentre lei puliva la piscina su cui si affacciava la nostra camera. Io, quando potevo, le sorridevo di rimando, provando ad essere quantomeno gentile con quella fanciulla smaliziata.
Purtroppo Padma non parlava in inglese quindi le nostre uniche interazioni si basarono sul linguaggio non verbale. Quel viaggio in India mi ha insegnato che possono esserci forme di comunicazione più accattivanti della voce…
Il giorno della partenza ci svegliammo molto presto, volevamo sfruttare al massimo la mezza giornata ancora a disposizione per fare ancora un po’ di mare. L’ultimo bus turistico per l’aeroporto sarebbe partito alle 17.00, potevamo permetterci ancora qualche ora di vacanza.
Tornammo al residence verso le 14.00 e, una volta consumato il pranzo a buffet, andammo a salutare e ringraziare la signora Anju. La proprietaria fu felicissima per il nostro affettuoso saluto e si affrettò a regalarci due splendide collanine di conchiglie fatte dalle mani, nemmeno a dirlo, di Padma. Io e Flavia ne avevamo già parlato, avremmo lasciato un regalo anche noi alla signora, la quale, alla vista dei 100 euro che discretamente le mettemmo in mano, quasi scoppiò in lacrime per la bontà di quel gesto. La tranquillizzammo con altri sorrisi e abbracci e ci separammo.
Flavia decise di trascorrere le poche ore rimanenti in piscina. Aveva un rapporto simbiotico con l’acqua, diceva sempre che, a suo avviso, era perché la madre l’aveva partorita in vasca da bagno. Io pensai di rilassarmi ancora un po’ al fresco del nostro balconcino panoramico, ero stanco di stare ammollo. Chiesi ad Anju se si potesse avere un drink fresco in camera e al suo cenno d’assenso mi congedai…
Il regalo d’addio
Ero assorto dai miei pensieri mentre seduto al tavolino del balcone guardavo il mare. Di tanto in tanto scambiavo qualche occhiata complice con Flavia che era in piscina proprio sotto di me. Mi sentivo felice.
Padma bussò alla porta ed entrò in camera con un vassoio pieno di frutta e l’immancabile cocco alcolico (confesso che mi sentii a disagio appena mi accorsi che era lei). Arrivò fino al tavolino con leggiadria, senza mai staccare il suo sguardo dal mio. Sistemò delicatamente il vassoio e, sinceratasi che mia moglie guardava altrove, mi sorrise maliziosa e in un secondo si accovacciò ai miei piedi, sparendo dietro al muretto del balcone. Feci per alzarmi di scatto ma lei bloccò le mie gambe con le mani e, con fare quasi supplichevole e mi fece cenno di stare zitto portandosi un dito sul naso.
Flavia si accorse del mio goffo movimento e mi chiese dalla piscina se fosse tutto ok. “Tutto bene amore, mi stavo solo bruciando con la cenere della sigaretta”. Mentre esclamavo quella frase mi chiedevo perché lo stessi facendo, ma era ormai troppo tardi per ripensarci, Padma aveva già sbottonato la patta dei miei bermuda e le sue mani minute si insinuavano furtive alla ricerca del mio pene. Lo trovò un secondo dopo, quella situazione mi aveva arrapato da fare schifo. Nei suoi occhi trasparì uno scintillio di ammirata soddisfazione quando lo avvolse con entrambe le mani.
Cominciò ad accarezzarmelo delicatamente andando su e giù, non c’era avidità nel suo tocco, solo tanta sincera devozione. Glielo lasciai fare. Ormai ero comunque compromesso da quella vicenda, tanto valeva godersela fino alla fine.
Portai i pantaloncini alle caviglie lasciando il mio uccello completamente all’aria affidato alle cure della mia giovane ammiratrice. Padma mi toccava con riverenza, le sue dita giravano piano prima in un senso e poi nell’altro attorno al mio glande e i suoi occhi non si staccavano dai miei. Decisi che volevo di più. Le presi la nuca con la mia mano e la portai dolcemente verso le mie palle. La ragazzina obbedì servile e con la sua piccola lingua cominciò a leccarle piano, mentre con la solita calma e dedizione masturbava il mio uccello. Ero in estasi! Il fatto che fossi in viaggio di nozze, con mia moglie giusto un piano sotto quel balcone, e una ragazzina indiana me lo stringeva in mano di nascosto, mi fece diventare duro come una roccia.
Dopo qualche minuto decisi che la sua lingua era sprecata a leccare solo le mie palle. Le staccai le mani dal mio uccello, le spinsi la fronte all’indietro staccandola dalle mie palle, poi presi in mano il mio cazzo e, come se fosse un joystick, lo regolai abbassandolo verso la sua bocca. Padma sorrise a quel mio gesto e capì quello che volevo che facesse. La piccola “porcellina d’India” spalancò la sua boccuccia e ci infilò dentro tutto il mio pene turgido.
Ancora oggi, nonostante tutte le esperienze provate nella mia vita, credo di non aver mai più ricevuto un pompino così. Il fatto che Padma non fosse vorace, smaniosa o vittima di protagonismo mi eccitò come non mai. Il suo devoto servilismo verso il mio cazzo rese quel pompino indimenticabile. Mi leccò il prepuzio, riempì il mio glande di piccoli e delicati bacetti e lo infilò ripetutamente in bocca con un ritmo lento e cadenzato. Dio, stavo per scoppiare. Decisi che ero arrivato al punto limite, adesso volevo esplodere.
Staccai nuovamente la testa di Padma dal mio cazzo, con un gesto intuitivo le feci capire che volevo che si sbottonasse la camicetta. Lei eseguì come al solito senza opporsi. I suoi piccoli seni mulatti erano perfetti, alti e rotondi al punto giusto. I suoi capezzoli turgidi da fare impressione, capii che anche lei era eccitatissima da quella situazione. Cominciai a masturbarmi con decisione, scappellavo il mio uccello con foga mentre la faccia della piccola indiana era a pochi centimetri da lui.
Quando mi resi conto di essere pronto a venire le aprii la bocca con le mani, le mostrai la mia lingua facendole capire che volevo ripetesse a sua volta il mio gesto. Lei eseguì. Direzionai ancora una volta il mio uccello verso la sua bocca aperta e, dopo qualche altro colpetto, riversai sulla sua faccia, sulla sua lingua e finanche sui suoi seni, un’incredibile quantità di sperma. La ragazzina non si impressionò da tanta copiosità, anzi, si affrettò a ripulire le ultime gocce attorno al mio pene con la sua abile lingua…
Finita l’eiaculazione invitai Padma ad uscire dalla mia stanza. Ogni secondo in più che passava seduta sotto al tavolo avrebbe potuto avere effetti catastrofici sul mio matrimonio. La ragazzina obbedì anche al mio ultimo comando e, dopo essersi pulita in bagno con l’acqua corrente, si fermò sul ciglio della porta, dedicandomi un ultimo cenno di saluto prima di sparire nel corridoio.
Il ritorno
Quando scesi nella piccola hall carico di bagagli Flavia era pronta per partire. Anju e le sue figlie ci scortarono fino al pullman ed aspettarono che salissimo. Una volta sistemati i bagagli nella cappelliera ci sedemmo ai nostri posti e notammo che le tre donne erano ancora là. Ci salutavano affettuosamente fuori dal nostro finestrino. Non vi nascondo che una parte di me si sentiva non poco in colpa nei confronti della signora Anju. Era stata così gentile e premurosa con noi ed io, in cambio, avevo abusato delle attenzioni della sua figlia più giovane. Per fortuna il mio stato di disagio durò poco, giusto il tempo di vedere che gli sguardi di Anju e Padma si incrociarono per un istante e si sorrisero complici guardando verso di me.
Fu in quel momento che capii che la mamma sapeva tutto. Probabilmente era stata lei a mandare proprio Padma a servirmi il drink in camera. Forse per “ringraziarmi” del regalo che le avevo fatto, forse per accontentare le voglie malate di sua figlia. In ogni caso mi sentii alleggerito e mi tornarono alla mente le parole di un caro amico: “L’astuzia nasconde il pervertito, il tempo lo smaschera”.
Fortunatamente avevo fatto in tempo a capire chi fosse il vero pervertito in quella famiglia…







